Sapienza, un’altra vergogna per l’Italia

I Papi hanno potuto parlare ovunque nel mondo (Cuba, Nicaragua, Turchia, ecc.). L’unico posto dove il Papa non può parlare è La Sapienza, un’università fondata, tra l’altro, proprio da un pontefice. Questo mette in evidenza due fatti gravissimi:
1) l’incapacità del governo italiano a garantire la possibilità di espressione sul territorio italiano di un Capo di Stato estero, nonché Vescovo di Roma e guida spirituale di un miliardo di persone. Piccoli gruppi trovano, di fatto, protezioni anche autorevoli nell’impedire ciò che la stragrande maggioranza della gente attende e desidera;
2) la fatiscenza culturale dell’università italiana, per cui un ateneo come La Sapienza rischia di trasformarsi in una “discarica” ideologica.
Come cittadini e come cattolici siamo indignati per quanto avvenuto e siamo addolorati per Benedetto XVI, a cui ci sentiamo ancora più legati, riconoscendo in lui il difensore – in forza della sua fede – della ragione e della libertà.

Comunione e Liberazione
15 gennaio 2008

3 Risposte to “Sapienza, un’altra vergogna per l’Italia”

  1. Aspettavo… « Bread Butter ‘n’ Rock&Roll Says:

    […] Consiglio spassionato di leggere attentamente gli articoli e i commenti, qualora ci fossero, di questi […]

  2. marco Says:

    La scienza e la cultura, dialogano.
    Siete voi cattolici che nella maggior parte delle occasioni non sapete dialogare – che piuttosto che mettervi in gioco e accettare delle critiche, preferite voltarvi dall’altra parte.

    “Verità rivelata e universale”, “Cristo come unica certezza”, “relativismo come il peggiore dei mali del mondo”?
    Dogmi, dogmi, dogmi.

  3. Giacomo Cesana Says:

    Dialoghiamo allora concretamente sul discorso del papa alla Sapienza.
    Se, come temo, non lo hai letto, lo trovi qui:
    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20080117_la-sapienza_it.html
    Chissà se accetti il dialogo?
    Se per te è troppo tutta l’allocuzione papale ti basti la preghiera di sabato 22 marzo di Camillo Langone, giornalista del Foglio – lungi da me il minimo paragone tra loro – che parla di fede, ragionevolmente, e ti spiega con semplicità perché le tre cose che tu chiami dogmi sono piuttosto delle verità che si possono raggiungere con la semplice, appassionata, esperienza:
    «Non mi offendo perché cerco di non offendermi mai, offendersi è darsi davvero tropppa importanza, però mi immalinconisco quando chiedono se la mia devozione nasce da tradizione famigliare. Tradizione pressoché inesistente, mi tocca rispondere. lo poi sulle famiglie ho quasi la stessa opinione di André Gide. La mia devozione è mia, non di mia zia. Nasce dallo sdegno per il tempo che passa, per il declino e la morte delle persone care (me compreso). Gesù ha promesso di farci risorgere ed ecco la devozione. La fede è semplice. La morale e la teologia sono zero, la preghiera è tutto, e tutte le preghiere sono la preghiera del Buon Ladrone sulla croce: “Ricordati di me”. Per questo stasera vado alla Via Crucis, per non farmi dimenticare.»

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